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Spotify: abbattere i confini musicali in Italia

di lino, apr.06, 2010, cat. IT, audio, media, web

Se non avete mai sentito parlare di Spotify mettetevi comodi e preparatevi a una delle cose migliori che mamma Internet ci ha dato, un’idea relativamente semplice ma che fino a un po’ di tempo fa (e in Italia anche oggi) risultava irrealizzabile.
Immaginate che il vostro iTunes/Winamp di fiducia invece di attingere dal vostro limitato hard disk e relativa libreria musicale (che se siete malati come me può superare i 200 giga) prenda le sue canzoni da un immenso database (circa 8 milioni di tracce ad oggi) online da una rete peer to peer.

Il primo quesito che un qualsiasi abitante coscenzioso di Internet si fa a questo punto è: “si ma il buffering?” mentre un musico si chiede “e la qualità?”… ed è qua che Spotify fa seriamente la differenza; la qualità è garantita dal codec Ogg Vorbis q5 a 160kb/s per la versione free e a 320kb/s per i subscribers (la subscription costa 9.99£ al mese).
Per quanto riguarda invece il consumo di banda: chiunque possieda una connessione con più di 256kb/s in download non avrà problemi di buffering, le tracce partiranno istantaneamente, anche skippando non c’è latenza, sembra quasi che i file siano in locale (ed in parte è così in quanto il software crea una cache locale limitabile con un’opzione).
L’altra differenza tra versione free e premium di un account è la pubblicità, chiaramente gratis non ci dà nulla nessuno per cui se non paghi la subscription ti sorbisci un po’ di pubblicità visiva (che neanche noti) e ogni tanto in mezzo alle tracce uno spot audio (che a volte da un po’ fastidio sopratutto quando ascolti determinati dischi).
Il prezzo da pagare è comunque basso rispetto a ciò che offre questo gioiello, un software imperdibile per chiunque, non solo per gli appassionati di musica.

Purtroppo c’è comunque la nota dolente, in Italia ancora non è possibile registrarsi e utilizzare il programma “normalmente”, è possibile comunque utilizzare degli escamotage, il primo e più semplice è quello di comprare la versione premium pagando con un account paypal UK (per averlo basta semplicemente registarsi su http://www.paypal.co.uk con un indirizzo UK qualsiasi e la propria carta di credito e si può comprare e usare spotify premium senza problemi).
Nella versione free invece è stato messo un controllo che ogni 14 giorni verifica da che zona del mondo ci si sta connettendo e se questa zona non coincide con quella da cui si suppone l’utente venga il programma smette di funzionare finché l’applicazione non si ricollega dalla nazione dichiarata all’atto di registrazione (francia o inghilterra di solito).

Dato che tutti pochi di voi saranno (giustamente) disposti a pagare, eccovi una miniguida con la quale è possibile utilizzare gratuitamente il software anche dai paesi non ufficialmente coperti.

Se si prova a creare un account andando su spotify.com, il sito ci dice subito che il nostro paese non è abilitato e non possiamo ancora usare spotify.
No problem.

Prima di tutto per creare un account è necessario utilizzare un proxy, per cui apriamo questo indirizzo: http://spotify.rejected.se/?proxy
In basso ci sono le istruzioni da seguire che dicono più o meno questo:

- Inserire  https://www.spotify.com/en/get-started/ nel campo di testo
- Cliccare continua
- Registrarsi con questo zip-code: 69002
- Scaricare il programma
- …
- Profit

E da qua bisogna ignorare il resto delle istruzioni perchè sono vecchie e non funzionano più (il sito dice di aggiornare il profilo con il paese reale di provenienza ma questo non è più possibile per via di alcuni controlli che sono stati aggiunti in seguito ad “abuse” vari).
Ora potete usare Spotify per 14 giorni, ma SOLO 14 giorni perché come dicevo prima, dopo questo lasso di tempo il server controllerà con che IP state usando il programma e se non è un IP del paese da dove avete registrato l’account (in questo caso la Francia) il client smetterà inesorabilmente di funzionare.
Ma anche a questo c’è rimedio, in quanto possiamo far finta di essere francesi con il nostro client Spotify, tutto quello che ci serve non è un proxy come qualcuno starà già pensando (un sacco di proxy sono già stati bannati) ma un nodo di accesso Tor.

Tor, brevemente, è una rete pubblica creata dagli utenti in tutto il mondo per difendere la propria privacy, viene utilizzata da giornalisti, organizzazioni umanitarie, militari e molti altri per poter navigare tranquillamente in ogni sito senza svelare la propria origine “reale”.
Il sistema consiste in una rete di nodi che agiscono da relay, quindi teoricamente è possibile “uscire” con ognuno di questi relay cambiando la propria identità su internet ogni 5 secondi… ciò significa che possiamo dire a spotify che veniamo dalla Francia anche se in realtà non è così.
Operativamente parlando, bisogna andare su http://www.torproject.org, scaricare la versione adatta al proprio sistema operativo del client, studiarsi le istruzioni (è talmente semplice che non c’è bisogno di spiegare nulla) e capire come funziona.

Una volta che si ha tor up and running si presenta ancora un problema: non possiamo scegliere con che ip uscire quindi dobbiamo fare “new identity” finchè non ci viene assegnato un IP francese… la cosa è chiaramente lunga ma c’è una soluzione veloce anche a questo problema:

- Cliccare su “network map”
- Nella lista dei nodi ordinare per bandiera cliccando sul column header
- Scegliere i tre nodi francesi con più tacchette
- Aprire il file torrc, su mac in ~/.vidalia/torrc, su windows da qualche parte nei meandri di “C:\Users\nomeutente\AppData\Roaming\Vidalia” nel caso di Vista/7, “C:\Documents and Settings\nomeutente\Application Data\Tor” nel caso di XP/altro
- Dentro il file vanno aggiunte queste due righe di codice:

ExitNodes nome1, nome2, nome3
StrictExitNodes 1

- Sostituire a nome1, nome2, nome3 i tre nomi di nodi che annotati in precedenza
- Riavviare tor

Ora per utilizzare spotify con Tor non bisogna far altro che entrare nel programma e nei settaggi proxy sulle opzioni mettere nel campo host: localhost, nel campo porta: 8118 e nella selectbox scegliere HTTPS. Per refreshare basta salvare i settaggi e riavviare Spotify, che sarà un po’ lento in partenza (se si ferma basta fare new identity da tor e riprovare).
Una volta loggati con ip francese si può rimettere dalle opzioni la select box del proxy da “HTTPS” a “No Proxy” e riavviare normalmente il programma che ora loggherà velocemente.

ATTENZIONE: bisogna fare questa operazione entro 14 giorni a ripetizione altrimenti il programma non permetterà di loggarsi e per rimettere il proxy sarà necessario editare il file di configurazione; in ogni caso il programma qualche giorno prima della scadenza del termine avvisa con un messaggio in alto evidenziato in giallo.

Nel caso in cui ci si dimentichi di refreshare, basta andare nel file di settaggi (che su mac si trova su ~/Library/Application Support/Spotify/settings, su windows sempre nel marasma di AppData/Application Data) e cambiare “proxy_mode”:1} in “proxy_mode”:2}.
Se per caso non avete mai usato il proxy basta mettere semplicemente questa riga nel file, sostituendo quella che c’è già:

{“autologin_username”:”vostro_username”,”autologin_mode”:1,”listen_port”:12871,”proxy”:”localhost:8118@https”,”proxy_mode”:2}

Questa semplice tecnica dovrebbe coprirvi per tutto il tempo necessario affinchè il nostro bel paese si svegli e vengano dati i permessi alla società Svedese di operare anche qua, ovvero probabilmente mai.

Chiudo con un ringraziamento alla SIAE e ai vari ministeri che ci permettono di dover utilizzare soluzioni alternative a questi problemi, senza di voi queste cose sarebbero eccessivamente semplici e non avremmo modo di divertirci come invece facciamo.

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Apple iPad: inizia veramente l’era del tablet?

di luca, gen.27, 2010, cat. IT, media, roadmaps

Poche ore fa Steve Jobs, in occasione dell’Apple Media Event al Yerba Buena Center for the Arts di San Francisco (CA), ha presentato l’ultima novità Apple: il famigerato tablet, di cui si narra da anni, è finalmente arrivato e si chiama iPad.

Apple iPad

Brevemente, è un dispositivo di circa 24×19cm (un po’ più alto e più stretto di un comune foglio A5), dallo spessore di 1.34cm e circa 7 etti di peso, dotato di un display multi-touch di 9.7 pollici con risoluzione 1024×768. Il software è basato su iPhone OS, di cui può eseguire tutte le applicazioni esistenti (oltre 140.000, tra gratuite e non, nel momento in cui scrivo).

Di oggetti sul tema tablet / palmari giganti / libri elettronici / etc… se ne sono visti tanti in passato. Vuoi per un motivo, vuoi per l’altro non hanno mai preso veramente piede: sicuramente anche la tecnologia non era ancora all’altezza. Adesso abbiamo a disposizione processori “mobili” sempre più veloci e parchi nei consumi, memorie allo stato solido di grande capacità, connettività wireless seria, connettività mobile accessibile ovunque a costi (quasi) accettabili, input multi-touch…. ed ecco che spunta l’oggetto che racchiude in sé il meglio di tutto ciò.

Sicuramente ci saranno orde di persone anti-tablet, anti-apple, anti-applicationstore, anti-quellochevoletevoi che avranno un sacco di cose da ridire, ma credo che dobbiamo comunque ammettere che ci troviamo di fronte al primo di una classe di dispositivi che sarà sempre più presente nel futuro.

Io per primo sono sempre stato un anti-tablet, quando “tablet” significava fondamentalmente un notebook con touchscreen e senza tastiera. Il problema, a parte gli ingombri e l’usabilità (durata batterie, input non multitouch, qualità dello schermo, eccetera), era costituito soprattutto dal tipo di software: ciò che eravamo abituati a considerare tablet eseguiva sistemi operativi ed applicazioni prese direttamente dal mondo dei pc, fondamentalmente inutili o profondamente scomode su un oggetto che non avesse una tastiera, un mouse, una connessione di rete, e tutte le altre caratteristiche di un comune Personal Computer.

Il fenomeno dei netbook è diventato di moda negli ultimi due anni principalmente grazie al basso costo ed alla facile portabilità, ma se pensiamo solo ed esclusivamente alla comodità di utilizzo è chiaro che più piccolo significa anche più scomodo. Essendo strumenti più limitati va da sé che il loro target di utilizzo è altrettanto più limitato rispetto ad un comune notebook di grandi dimensioni: vengono usati principalmente per fruire dei servizi internet (web, email, chat) e ben poco per produrre contenuti o documenti che non siano minimali (quali email, post su siti web, etc…). Ecco quindi che grandi capacità di elaborazione, archiviazione, la comodità e rapidità di una tastiera full-size o di un wheel mouse non sono più necessarie e gli elementi che le supportavano diventano solo scomodità da portarsi in giro: per quel genere di utilizzo non occorre portarsi dietro una tastiera, un mouse, chili di batterie necessarie ad alimentare processori e chip grafici potenti, harddisk da centinaia di gigabyte.

Non è quindi una sorpresa anche l’enorme successo che hanno avuto smartphone più o meno evoluti: rispondono all’esigenza delle persone di avere accesso ai propri dati senza dover utilizzare un dispositivo grosso ed ingombrante come un notebook od anche un netbook (che in tasca non ci entra). Essendo molto piccoli, soffrono tuttavia lo stesso problema dei netbook: sono più scomodi rispetto ai dispositivi che vanno a sostituire. La portabilità, in sé, non è una qualità che giova all’usabilità del dispositivo, ma è semplicemente una caratteristica necessaria all’utilizzo del dispositivo in talune situazioni. Potendomi portare in tasca uno smartphone, posso fruire contenuti web, email, documenti, immagini, video ovunque mi trovo – ma è chiaro che ne fruirei meglio con uno schermo più grande e metodi di input più comodi.

Tirando le somme:

  • lo smartphone me lo porto in giro anche volentieri, ma preferirei usare qualcosa di più grande
  • il notebook mi consente un’esperienza più ricca e più comoda, ma è scomodo da portare in giro
  • il netbook non è trasportabile come uno smartphone ma non ha le prestazioni e la comodità di un notebook

quello che vorremmo sarebbe un oggetto che consenta di fare ciò che facciamo con uno smartphone, con la comodità di un netbook ma senza le scomodità ereditate dai notebook.

Via quindi il mouse ed il touchpad in favore di un’interfaccia multi-touch, via la tastiera fisica in favore di una a schermo, via cpu e gpu e centinaia di gigabyte in favore di un software più leggero, semplice, in stile smartphone. Quello che resta è un dispositivo che mostri il contenuto in dimensioni accettabili, che non deve necessariamente entrare in una tasca ma che non richieda una significativa porzione di borsa o zaino.

Se ci pensiamo, per i contenuti testuali questo “dispositivo” esiste da secoli e si chiama libro: è trasportabile il giusto, non occorre miniaturizzarlo oltre, ed è grande il giusto, non occorre un formato da 15 pollici di diagonale visibile. Avanti veloce dal XV secolo al XXI secolo: il libro dell’era digitale si chiama tablet, non si limita a testo statico e locale ma ci consente di utilizzare diversi media (testo, foto, audio, video), dinamici (creabili e modificabili dall’utente) e globalmente accessibili (internet, comunicazione, etc…).

Fino ad oggi si erano visti solo interessanti esercizi di ingegneria, notebook con appiccicato sopra un touchscreen, oppure dispositivi validi in ambiti molto specifici. Apple iPad è il primo di una nuova classe di dispositivi, di cui sicuramente ne vedremo molti e diversi spuntare nei prossimi anni, e che credo prenderà sempre più piede. In particolare una volta che gli utenti supereranno il blocco psicologico del “è qualcosa meno di un pc” e si renderanno conto, finalmente, che non hanno bisogno di un pc “completo” per soddisfare le proprie esigenze di comunicazione digitale.

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Webcam + linux / software – timestamps = ???

di luca, mag.29, 2009, cat. IT, video

Per un progettino più o meno stupido sto cercando di registrare audio e video da un sistema linux con una o più webcam usb. Parliamo di netbooks o piattaforme embedded quindi non ci sono montagne di risorse a disposizione, niente encoding H.264 in realtime o cose del genere :)

Al momento l’audio non è un problema, ma giusto per dovere di cronaca segnalo che viene registrato dal microfono onboard dell’host linux o dal microfono integrato nella webcam, in entrambi i casi si tratta di fonti ALSA e viene poi codificato in realtime in MP2.

Per quanto riguarda il video, al momento utilizzo mencoder ed il relativo supporto v4l2 per registrare dalle webcam. Il codec scelto è MJPEG: nel caso delle webcam economiche è praticamente l’unico codec abbastanza leggero da girare in realtime sui processori in uso, e nel caso delle webcam un po’ più serie è il formato nativo fornito dalla webcam in hardware (a parte altri formati meno compressi), ed è quindi l’unica scelta per occupare poche risorse e registrare da più fonti contemporaneamente a risoluzioni e framerate alti.

Il problema è che la velocità del video non è costante! Il framerate varia (sia in più che in meno) durante la registrazione, anche registrando insieme audio e video (speravo aiutasse a fare una qualche opera di sync…), ed il tutto avviene sia registrando da webcam economiche e convertendo in MJPEG sia registrando direttamente in MJPEG dalle cam che ne sono capaci (prove fatte con una Logitech S7500). Uno sguardo al sito dei driver USB Video Class per linux scoraggia ancor di più: MJPEG payload – Partially – Timestamps support is not implemented. Non sono un esperto di MJPEG, ma temo che i timestamps (o meglio, la loro assenza) abbiano a che fare col mio problema…

Proverò ad iscrivermi alla mailing list dei driver UVC e cercare aiuto lì, nel frattempo se chiunque avesse suggerimenti su software da provare sono ben accetti… chiaramente parliamo di software che non richiedano una GUI o X11… devono poter essere avviati e killati da script.

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Tracolla VS Zaino

di luca, dic.21, 2008, cat. photo

Tempo fa acquistammo una dSLR usata: era capitata una buona occasione e potevamo sfruttare il (seppur ridotto) corredo Canon EOS già in nostro possesso: la venerabile EOS 650 (il primo modello EOS mai realizzato, 1987!), il mitico EF 50mm ƒ/1.8, ed il tele EF 75-300mm MkII. Ecco quindi arrivare in casa una EOS D60 ed un Canon EF 28-90mm ƒ/4-5.6 USM, quest’ultimo finito a fare da fermacarte in qualche cassetto insieme ad un vecchio 28-135mm troppo rovinato per essere usato decentemente. Con l’occasione abbiamo preso una nuova borsa a tracolla perché quella vecchia stava veramente cadendo a pezzi dopo quasi 20 anni di onorato servizio.

Passa il tempo e comincio ad appassionarmi alla fotografia, uso spesso la EOS 650 per lavorare con pellicola B/N, si aggiungono l’EF 17-40mm ƒ/4L USM e l’EF 100mm ƒ2.8 Macro USM, arriva una EOS 50e per sostituire la EOS 650 che sta giungendo al termine della sua vita utile. Aggiungiamo il flash ed un minitripod, e nella tracolla non ci stiamo più:

luca's photo gear

…non mostrati nella foto batterie varie, schede di memoria, pellicole, filtri, carta e penna, paraluce.

Ed eccomi qui a rimuginare su come risolvere il problema. Faccio un utilizzo decisamente vario dell’attrezzatura fotografica:

  • uscite a scopo 100% fotografico: facilmente porto l’intero corredo con entrambe le reflex (pellicola e digitale), oppure l’intero corredo ma una sola reflex, non mi porto mai notebook o similari. Durante la fotografia cambio spesso obiettivo.
  • turismo tradizionale: la fotografia non è il motivo principale del viaggio, spesso porto il notebook anche se poi rimane in auto/camera/albergo, due o tre volte all’anno viaggio in aereo. Armeggio di meno con l’attrezzatura, ma ho bisogno di muovermi in fretta per non farmi sempre attendere dalle altre persone in vacanza / viaggio.
  • viaggetto da weekend in auto: il classico weekend in giro, quasi sempre con la mia auto. Essendo in due persone posso caricarla senza ritegno e lasciare poi in auto quel che non uso, quindi mi porto dietro l’intero corredo fotografico e poi scelgo di volta in volta cosa usare. Spesso ho dietro il notebook.
  • (raramente): uscita motociclistica con reflex: di solito porto una compatta, ma occasionalmente porto una reflex con una singola ottica montata, più raramente un secondo obbiettivo. Zaino in spalla o, meglio, zainetto o borsa legata sulla sella passeggero (se non occupata, ovviamente ;) )
  • ho già uno zainetto con tasca per il notebook con cui mi trovo molto bene. Sebbene non dedicato all’uso fotografico, una reflex con ottica montata ci sta comodamente. Mancando divisori imbottiti non posso mettere una seconda ottica o sbatterebbero in continuazione. Non è impermeabile.
  • ho già l’attuale borsa a tracolla, per quando devo portare poca roba (nelle taschine varie ci entrano anche cellulare, portafogli, etc). Non è impermeabile.
  • quando viaggio per turismo di solito ho lo zaino con notebook + una reflex con ottica + varie e la borsa a tracolla col resto del corredo
  • quando viaggio per foto… devo lasciare qualcosa a casa / in auto perché non mi sta tutto nella borsa!

Da una parte potrei acquistare uno zaino capiente, e risolverei tutti i problemi di viaggio in un colpo solo: in un Lowepro Compurover AW ci starebbe tutto il mio corredo, il notebook, oggetti vari, e un minimo di abbigliamento. Viaggiando in aereo sarebbe il mio unico bagaglio a mano (anziché zaino + tracolla come ora), alle uscite fotografiche potrei portare tutto e avanzare molto spazio, lasciando a casa notebook e una minima parte del corredo fotografico potrei anche partire per alcuni giorni con quello zaino come unico bagaglio (moto / treno / aereo / etc). È già abbastanza resistente e comprende anche una protezione impermeabile, quindi mi sarebbe molto utile anche come zaino da viaggio senza reflex né notebook (viaggio in moto!). Il grosso problema è che per accedere al contenuto (anche solo cambiare obbiettivo sulla reflex che sto usando) devo fermarmi e togliermi lo zaino dalle spalle. Un problema minore è che ha un certo ingombro anche quando non lo carico molto, ingombro che comunque è ridotto e non credo mi creerebbe problemi.

D’altra parte potrei acquistare una nuova tracolla più capiente come una Lowepro Stealth Reporter D300 o D400 AW. In viaggio avrei comunque zaino e tracolla (per portare notebook e bagagli vari), però poi in giro mi muoverei con la sola tracolla pur portandomi dietro tutto quello che voglio ed avendo un accesso diretto e veloce al contenuto. Sarei più “ingombrante” a muovermi in posti affollati o spazi ristretti, ed il peso andrebbe su una spalla sola. Inoltre se dovessi mai portarmi dietro più roba oltre a quella fotografica, dovrei necessariamente aggiungere uno zaino.

Inizialmente ero più propenso all’acquisto dello zaino. Ho scritto questo post anche per chiarirmi le idee ed in effetti ora mi sembra di vedere che sarebbe più utile, in pratica, affiancare una tracolla capiente a quel che già ho per avere un sistema più “modulare”.

EDIT: si, ho visto anche quei monospalla stile zaino ma che si possono girare comodamente sul davanti per accedere all’interno senza toglierseli, ma dopo aver letto qua e là mi son convinto che non siano una buona scelta. Portando poca roba è più comoda una classica borsa a tracolla, caricandoli molto son troppo più scomodi di uno zaino tradizionale.

In ogni caso non sono ancora del tutto deciso, e sarò lieto di leggere commenti sull’argomento.

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