IT
Installare Android su iPhone 2G
di lino, apr.22, 2010, cat. IT, sistemi operativi
Ecco le istruzioni step-by-step, messe giù nel modo più semplice (e veloce) possibile, per installare android su iPhone 2G.
Prima di procedere:
- Andate avanti solo se siete pratici di Linux & CLI
- Assicuratevi di avere una Linux Box disponibile, va bene anche una Ubuntu su VMWare/VirtualBox
- L’hack funziona solo su iPhone 2G, NON funziona assolutamente su altri iPhone quindi non provateci neanche
- L’iPhone deve essere jailbreakato
- L’iPhone potrebbe diventare un fermacarte quindi procedete a vostro rischio e pericolo
Per procedere occorre innanzitutto scaricare il pacchetto preconfezionato con android e i tools da qui: http://www.mediafire.com/?xqjzn12igfn più le immagini android con i driver già precaricati da qua: http://games2.unreal.ie/files/iDroid_images.tar.bz2
Una volta scaricati tutti i file bisogna accedere in sftp sull’iPhone e copiare android.img.gz e system.img dal file iDroid_images.tar.bz2 su /private/var, poi cache.img openiboot.img3 ramdisk.img userdata.img zImage sempre su /private/var dal primo pacchetto (trovate i file all’interno della directory prebuilt/):
Adesso è necessario spegnere l’iPhone e metterlo in recovery mode preparandosi con il cavo USB e attaccandolo e premendo il tasto Home contemporaneamente.
Una volta che l’iPhone si trova in recovery mode dalla nostra Linux Box lanciamo questo comando dalla directory estratta dal primo file: sudo ./utils/loadibec ./prebuilt/openiboot.img3, apparirà immediatamente una schermata con due scelte, va premuto hold per selezionare la seconda opzione e di nuovo il tasto home per lanciare il boot.
Appena il sistema finisce di bootare bisogna connettersi alla console scrivendo sudo ./utils/oibc sempre dallo stesso punto, aspettare che il testo si sincronizzi e installare openiboot scrivendo install riavviando in seguito scrivendo reboot.
Per far partire android basta accendere l’iphone, scegliere la seconda opzione con il tasto Hold e tenere premuto Home per 5 secondi.
Semplice, no?
Update @23/04/10: Su questo link potete trovare una guida estensiva scritta dall’iPhone DEV team con maggiori informazioni su tutto il procedimento e parti che sulla mia mancano, tuttavia c’è un errore di cui sto discutendo con il team stesso, loro dichiarano che non si può usare una virtual machine mentre invece è fattibilissimo.
Spotify: abbattere i confini musicali in Italia
di lino, apr.06, 2010, cat. IT, audio, media, web
Se non avete mai sentito parlare di Spotify mettetevi comodi e preparatevi a una delle cose migliori che mamma Internet ci ha dato, un’idea relativamente semplice ma che fino a un po’ di tempo fa (e in Italia anche oggi) risultava irrealizzabile.
Immaginate che il vostro iTunes/Winamp di fiducia invece di attingere dal vostro limitato hard disk e relativa libreria musicale (che se siete malati come me può superare i 200 giga) prenda le sue canzoni da un immenso database (circa 8 milioni di tracce ad oggi) online da una rete peer to peer.
Il primo quesito che un qualsiasi abitante coscenzioso di Internet si fa a questo punto è: “si ma il buffering?” mentre un musico si chiede “e la qualità?”… ed è qua che Spotify fa seriamente la differenza; la qualità è garantita dal codec Ogg Vorbis q5 a 160kb/s per la versione free e a 320kb/s per i subscribers (la subscription costa 9.99£ al mese).
Per quanto riguarda invece il consumo di banda: chiunque possieda una connessione con più di 256kb/s in download non avrà problemi di buffering, le tracce partiranno istantaneamente, anche skippando non c’è latenza, sembra quasi che i file siano in locale (ed in parte è così in quanto il software crea una cache locale limitabile con un’opzione).
L’altra differenza tra versione free e premium di un account è la pubblicità, chiaramente gratis non ci dà nulla nessuno per cui se non paghi la subscription ti sorbisci un po’ di pubblicità visiva (che neanche noti) e ogni tanto in mezzo alle tracce uno spot audio (che a volte da un po’ fastidio sopratutto quando ascolti determinati dischi).
Il prezzo da pagare è comunque basso rispetto a ciò che offre questo gioiello, un software imperdibile per chiunque, non solo per gli appassionati di musica.
Purtroppo c’è comunque la nota dolente, in Italia ancora non è possibile registrarsi e utilizzare il programma “normalmente”, è possibile comunque utilizzare degli escamotage, il primo e più semplice è quello di comprare la versione premium pagando con un account paypal UK (per averlo basta semplicemente registarsi su http://www.paypal.co.uk con un indirizzo UK qualsiasi e la propria carta di credito e si può comprare e usare spotify premium senza problemi).
Nella versione free invece è stato messo un controllo che ogni 14 giorni verifica da che zona del mondo ci si sta connettendo e se questa zona non coincide con quella da cui si suppone l’utente venga il programma smette di funzionare finché l’applicazione non si ricollega dalla nazione dichiarata all’atto di registrazione (francia o inghilterra di solito).
Dato che tutti pochi di voi saranno (giustamente) disposti a pagare, eccovi una miniguida con la quale è possibile utilizzare gratuitamente il software anche dai paesi non ufficialmente coperti.
Se si prova a creare un account andando su spotify.com, il sito ci dice subito che il nostro paese non è abilitato e non possiamo ancora usare spotify.
No problem.
Prima di tutto per creare un account è necessario utilizzare un proxy, per cui apriamo questo indirizzo: http://spotify.rejected.se/?proxy
In basso ci sono le istruzioni da seguire che dicono più o meno questo:
- Inserire https://www.spotify.com/en/get-started/ nel campo di testo
- Cliccare continua
- Registrarsi con questo zip-code: 69002
- Scaricare il programma
- …
- Profit
E da qua bisogna ignorare il resto delle istruzioni perchè sono vecchie e non funzionano più (il sito dice di aggiornare il profilo con il paese reale di provenienza ma questo non è più possibile per via di alcuni controlli che sono stati aggiunti in seguito ad “abuse” vari).
Ora potete usare Spotify per 14 giorni, ma SOLO 14 giorni perché come dicevo prima, dopo questo lasso di tempo il server controllerà con che IP state usando il programma e se non è un IP del paese da dove avete registrato l’account (in questo caso la Francia) il client smetterà inesorabilmente di funzionare.
Ma anche a questo c’è rimedio, in quanto possiamo far finta di essere francesi con il nostro client Spotify, tutto quello che ci serve non è un proxy come qualcuno starà già pensando (un sacco di proxy sono già stati bannati) ma un nodo di accesso Tor.
Tor, brevemente, è una rete pubblica creata dagli utenti in tutto il mondo per difendere la propria privacy, viene utilizzata da giornalisti, organizzazioni umanitarie, militari e molti altri per poter navigare tranquillamente in ogni sito senza svelare la propria origine “reale”.
Il sistema consiste in una rete di nodi che agiscono da relay, quindi teoricamente è possibile “uscire” con ognuno di questi relay cambiando la propria identità su internet ogni 5 secondi… ciò significa che possiamo dire a spotify che veniamo dalla Francia anche se in realtà non è così.
Operativamente parlando, bisogna andare su http://www.torproject.org, scaricare la versione adatta al proprio sistema operativo del client, studiarsi le istruzioni (è talmente semplice che non c’è bisogno di spiegare nulla) e capire come funziona.
Una volta che si ha tor up and running si presenta ancora un problema: non possiamo scegliere con che ip uscire quindi dobbiamo fare “new identity” finchè non ci viene assegnato un IP francese… la cosa è chiaramente lunga ma c’è una soluzione veloce anche a questo problema:
- Cliccare su “network map”
- Nella lista dei nodi ordinare per bandiera cliccando sul column header
- Scegliere i tre nodi francesi con più tacchette
- Aprire il file torrc, su mac in ~/.vidalia/torrc, su windows da qualche parte nei meandri di “C:\Users\nomeutente\AppData\Roaming\Vidalia” nel caso di Vista/7, “C:\Documents and Settings\nomeutente\Application Data\Tor” nel caso di XP/altro
- Dentro il file vanno aggiunte queste due righe di codice:
ExitNodes nome1, nome2, nome3
StrictExitNodes 1
- Sostituire a nome1, nome2, nome3 i tre nomi di nodi che annotati in precedenza
- Riavviare tor
Ora per utilizzare spotify con Tor non bisogna far altro che entrare nel programma e nei settaggi proxy sulle opzioni mettere nel campo host: localhost, nel campo porta: 8118 e nella selectbox scegliere HTTPS. Per refreshare basta salvare i settaggi e riavviare Spotify, che sarà un po’ lento in partenza (se si ferma basta fare new identity da tor e riprovare).
Una volta loggati con ip francese si può rimettere dalle opzioni la select box del proxy da “HTTPS” a “No Proxy” e riavviare normalmente il programma che ora loggherà velocemente.
ATTENZIONE: bisogna fare questa operazione entro 14 giorni a ripetizione altrimenti il programma non permetterà di loggarsi e per rimettere il proxy sarà necessario editare il file di configurazione; in ogni caso il programma qualche giorno prima della scadenza del termine avvisa con un messaggio in alto evidenziato in giallo.
Nel caso in cui ci si dimentichi di refreshare, basta andare nel file di settaggi (che su mac si trova su ~/Library/Application Support/Spotify/settings, su windows sempre nel marasma di AppData/Application Data) e cambiare “proxy_mode”:1} in “proxy_mode”:2}.
Se per caso non avete mai usato il proxy basta mettere semplicemente questa riga nel file, sostituendo quella che c’è già:
{“autologin_username”:”vostro_username”,”autologin_mode”:1,”listen_port”:12871,”proxy”:”localhost:8118@https”,”proxy_mode”:2}
Questa semplice tecnica dovrebbe coprirvi per tutto il tempo necessario affinchè il nostro bel paese si svegli e vengano dati i permessi alla società Svedese di operare anche qua, ovvero probabilmente mai.
Chiudo con un ringraziamento alla SIAE e ai vari ministeri che ci permettono di dover utilizzare soluzioni alternative a questi problemi, senza di voi queste cose sarebbero eccessivamente semplici e non avremmo modo di divertirci come invece facciamo.
Ubuntu 9.10 Netbook Remix su Asus Eee PC 701
di luca, mar.17, 2010, cat. sistemi operativi
Sono stato a lungo un felice utente di Easy Peasy, dopo aver scritto l’articolo sulla 1.0 (basata su Intrepid Ibex, Ubuntu 8.10) ho seguito gli aggiornamenti fino all’attuale release 1.5 (basata su Jaunty Jackalope, Ubuntu 9.04) ed ora ho voluto provare la tanto famosa Ubuntu Netbook Remix (Karmic Koala, 9.10).
Ho eseguito un’installazione via rete (con il vantaggio di trovarmi già il sistema aggiornato) su filesystem ext4, senza LVM o altre cose strane. Alla fine, i fatti in breve sono (tra parentesi quadre i dati di Easy Peasy 1.5 per confronto):
- circa 32 [38] secondi dal boot loader (GRUB) al login grafico
- meno di 50 secondi [>80 secondi] da netbook completamente spento al desktop (con autologin)
- meno di 4 secondi da netbook in sleep a desktop
- l’installazione di default occupa circa 2.2GiB [2.2GiB]
Tutto l’hardware testato funziona immediatamente (SD card reader, webcam, wireless, tutti i tasti funzione: radio shut off, luminosità, standby) ed in generale mi ha dato una buona impressione, a parte per un paio di cose:
- A prima impressione preferivo il netbook launcher con il pannello delle applicazioni sulla sinistra ed il pannello dei filesystem sulla destra, com’era in Easy Peasy e, credo, nelle Ubuntu Netbook Remix < 9.10. Anche se devo ammettere che quello attuale è più razionale e potrebbe rivelarsi una scelta azzeccata
- diversi aspetti della GUI non sono adatti all’uso sul piccolo display del 701 (che, ricordo, è un 7″ da 800×480): le icone nel launcher sono troppo grandi, diverse applicazioni anche di base (ad esempio tra le preferenze di sistema) non entrano nel monitor costringendo a spostare la finestra (ALT+trascina)

Alla fine ho rimesso Easy Peasy 1.5 per mancanza di buona volontà nel personalizzarmi Ubuntu 9.10 ![]()
Userò un po’ EP1.5 fino all’uscita di Ubuntu 10.04, poi si vedrà…
Installare Windows 7 sull’iMac 27″: fix schermata nera
di nolonx, feb.28, 2010, cat. IT, sistemi operativi
Se alla fine dell’installazione di Windows 7, durante la fase in cui viene richiesto il codice della licenza, vi ritrovaste con lo schermo nero senza la possibilità di fare nulla significa che windows sta cercando di usare il DisplayPort come monitor principale invece che il monitor dell’iMac.
Avete due opzioni:
Attaccare un secondo monitor ed usare quello fino all’aggiornamento dei driver ATI (non ho provato questa soluzione in quanto non ho l’adattatore per attaccare l’altro monitor)
Oppure seguire questi passi per eliminare il driver ATI incriminato in modo che Windows ne utilizzi uno standard che non ha la possibilità di utilizzare DisplayPort:
- Riavviare il mac
- Fare il boot dal DVD di Windows 7
- Entrare nella modalità di ripristino del sistema
- Aprire la console
- Eseguire il comando: DEL C:\WINDOWS\SYSTEM32\DRIVERS\ATI*.SYS
- Riavviare il pc
Ora dovreste riuscire a continuare con l’installazione di Windows. Una volta installato Boot Camp e aggiornamenti vari non si ripresenterà più il problema.
La fonte della soluzione si trova qui. Nel post c’è linkato un altro sito dove viene spiegata la soluzione alle schermate blu di Windows nel caso si abbia un iMac con una scheda grafica nVidia.
Apple iPad: inizia veramente l’era del tablet?
di luca, gen.27, 2010, cat. IT, media, roadmaps
Poche ore fa Steve Jobs, in occasione dell’Apple Media Event al Yerba Buena Center for the Arts di San Francisco (CA), ha presentato l’ultima novità Apple: il famigerato tablet, di cui si narra da anni, è finalmente arrivato e si chiama iPad.

Brevemente, è un dispositivo di circa 24×19cm (un po’ più alto e più stretto di un comune foglio A5), dallo spessore di 1.34cm e circa 7 etti di peso, dotato di un display multi-touch di 9.7 pollici con risoluzione 1024×768. Il software è basato su iPhone OS, di cui può eseguire tutte le applicazioni esistenti (oltre 140.000, tra gratuite e non, nel momento in cui scrivo).
Di oggetti sul tema tablet / palmari giganti / libri elettronici / etc… se ne sono visti tanti in passato. Vuoi per un motivo, vuoi per l’altro non hanno mai preso veramente piede: sicuramente anche la tecnologia non era ancora all’altezza. Adesso abbiamo a disposizione processori “mobili” sempre più veloci e parchi nei consumi, memorie allo stato solido di grande capacità, connettività wireless seria, connettività mobile accessibile ovunque a costi (quasi) accettabili, input multi-touch…. ed ecco che spunta l’oggetto che racchiude in sé il meglio di tutto ciò.
Sicuramente ci saranno orde di persone anti-tablet, anti-apple, anti-applicationstore, anti-quellochevoletevoi che avranno un sacco di cose da ridire, ma credo che dobbiamo comunque ammettere che ci troviamo di fronte al primo di una classe di dispositivi che sarà sempre più presente nel futuro.
Io per primo sono sempre stato un anti-tablet, quando “tablet” significava fondamentalmente un notebook con touchscreen e senza tastiera. Il problema, a parte gli ingombri e l’usabilità (durata batterie, input non multitouch, qualità dello schermo, eccetera), era costituito soprattutto dal tipo di software: ciò che eravamo abituati a considerare tablet eseguiva sistemi operativi ed applicazioni prese direttamente dal mondo dei pc, fondamentalmente inutili o profondamente scomode su un oggetto che non avesse una tastiera, un mouse, una connessione di rete, e tutte le altre caratteristiche di un comune Personal Computer.
Il fenomeno dei netbook è diventato di moda negli ultimi due anni principalmente grazie al basso costo ed alla facile portabilità, ma se pensiamo solo ed esclusivamente alla comodità di utilizzo è chiaro che più piccolo significa anche più scomodo. Essendo strumenti più limitati va da sé che il loro target di utilizzo è altrettanto più limitato rispetto ad un comune notebook di grandi dimensioni: vengono usati principalmente per fruire dei servizi internet (web, email, chat) e ben poco per produrre contenuti o documenti che non siano minimali (quali email, post su siti web, etc…). Ecco quindi che grandi capacità di elaborazione, archiviazione, la comodità e rapidità di una tastiera full-size o di un wheel mouse non sono più necessarie e gli elementi che le supportavano diventano solo scomodità da portarsi in giro: per quel genere di utilizzo non occorre portarsi dietro una tastiera, un mouse, chili di batterie necessarie ad alimentare processori e chip grafici potenti, harddisk da centinaia di gigabyte.
Non è quindi una sorpresa anche l’enorme successo che hanno avuto smartphone più o meno evoluti: rispondono all’esigenza delle persone di avere accesso ai propri dati senza dover utilizzare un dispositivo grosso ed ingombrante come un notebook od anche un netbook (che in tasca non ci entra). Essendo molto piccoli, soffrono tuttavia lo stesso problema dei netbook: sono più scomodi rispetto ai dispositivi che vanno a sostituire. La portabilità, in sé, non è una qualità che giova all’usabilità del dispositivo, ma è semplicemente una caratteristica necessaria all’utilizzo del dispositivo in talune situazioni. Potendomi portare in tasca uno smartphone, posso fruire contenuti web, email, documenti, immagini, video ovunque mi trovo – ma è chiaro che ne fruirei meglio con uno schermo più grande e metodi di input più comodi.
Tirando le somme:
- lo smartphone me lo porto in giro anche volentieri, ma preferirei usare qualcosa di più grande
- il notebook mi consente un’esperienza più ricca e più comoda, ma è scomodo da portare in giro
- il netbook non è trasportabile come uno smartphone ma non ha le prestazioni e la comodità di un notebook
quello che vorremmo sarebbe un oggetto che consenta di fare ciò che facciamo con uno smartphone, con la comodità di un netbook ma senza le scomodità ereditate dai notebook.
Via quindi il mouse ed il touchpad in favore di un’interfaccia multi-touch, via la tastiera fisica in favore di una a schermo, via cpu e gpu e centinaia di gigabyte in favore di un software più leggero, semplice, in stile smartphone. Quello che resta è un dispositivo che mostri il contenuto in dimensioni accettabili, che non deve necessariamente entrare in una tasca ma che non richieda una significativa porzione di borsa o zaino.
Se ci pensiamo, per i contenuti testuali questo “dispositivo” esiste da secoli e si chiama libro: è trasportabile il giusto, non occorre miniaturizzarlo oltre, ed è grande il giusto, non occorre un formato da 15 pollici di diagonale visibile. Avanti veloce dal XV secolo al XXI secolo: il libro dell’era digitale si chiama tablet, non si limita a testo statico e locale ma ci consente di utilizzare diversi media (testo, foto, audio, video), dinamici (creabili e modificabili dall’utente) e globalmente accessibili (internet, comunicazione, etc…).
Fino ad oggi si erano visti solo interessanti esercizi di ingegneria, notebook con appiccicato sopra un touchscreen, oppure dispositivi validi in ambiti molto specifici. Apple iPad è il primo di una nuova classe di dispositivi, di cui sicuramente ne vedremo molti e diversi spuntare nei prossimi anni, e che credo prenderà sempre più piede. In particolare una volta che gli utenti supereranno il blocco psicologico del “è qualcosa meno di un pc” e si renderanno conto, finalmente, che non hanno bisogno di un pc “completo” per soddisfare le proprie esigenze di comunicazione digitale.