The FIT Factor

IT

Nerd’ing in Kenya

di luca, ott.27, 2011, cat. IT, scuba

Jambo bwana / Habari gana? / … / Kenya yetu / Hakuna matata [*]

Il primo pensiero di ogni nerd che si rispetti non appena varca i confini della sua terra natia è, ovviamente, come mantenere l’agognata connessione IP con il resto del mondo tecnologico: non si può mica pensare di visitare splendide spiagge, città con pochissime strade asfaltate, o girare tra gli animali selvaggi nella vastissima savana… senza poter tenere d’occhio il proprio account faccialibrico!

Fortunatamente nel mio caso ero semplicemente costretto a tenere d’occhio l’account mail ed alcune altre cose di lavoro anche mentre ero in vacanza – attività che ho trovato decisamente meno fastidiosa di quanto sarebbe stato per me usare per qualsivoglia motivo il suddetto social network globale. Oltre a questo ovviamente i miei hobby mi portano ad avere a che fare con la fotografia digitale e con i computer subacquei.

Niente paura! Per essere completamente attrezzati ma in incognito, senza mostrare ai compagni di avventura quanto si è nerd inside, sono sufficienti un cellulare/palmare ed un netbook. Nel mio caso ho utilizzato il seguente hardware:

  • Asus EeePC 701 ‘prima serie’ con RAM upgrade ad 1GiB e sistema operativo Ubuntu Linux 11.04 “Natty Narwhal”
  • chiavette usb flash storage
  • HTC Wizard 200 con rom cooked
  • SIM SafariCom con bundle dati attivato
  • caricabatterie dell’EeePC, cavo USB per l’HTC

Il budget di peso in valigia per tutto l’hardware ammonta a circa 1.2Kg, e la spesa sul posto per la SIM è stata di poco meno di €5. Grazie al pesante fardello ed all’ingente investimento economico ho potuto soddisfare in pieno tutte le mie necessità tecnologiche:

  • il credito sulla SIM è stato sufficiente per un bundle dati da 250MiB ed a fare diversi minuti di conversazione verso l’Italia
  • ho potuto fare copie di backup delle fotografie e video che realizzavo su chiavette usb flash usando il netbook
  • la scarsa potenza del netbook rende lenta la visione di foto da diversi megapixel o dei video H.264 ad alta risoluzione creati ormai da qualsiasi macchinetta fotografica digitale, ma un comodo Makefile si occupava di convertire foto e video alla risoluzione nativa dell’LCD usando ImageMagick e Mencoder, rendendone la consultazione rapidissima anche sull’EeePC 701
  • sia il cellulare che il netbook mi permettevano di tenere d’occhio la mail, visitare siti internet, realizzare in caso di necessità connessioni SSH
  • il netbook caricava, tramite cavo usb, le batterie del cellulare, risparmiandomi un caricabatterie e l’uso di una presa 220v
  • il cellulare grazie al software TravelTRAK ed alla porta IrDA mi ha consentito di scaricare i profili delle immersioni in qualsiasi momento, per poter tenere aggiornato il mio logbook

Fortunatamente non ho avuto problemi di peso eccessivo del bagaglio, né emergenze lavorative, né mi si è allagato lo scafandro stagno della macchina fotografica distruggendo tutte le foto sulla memory card, né ho dovuto pianificare al volo un’immersione complessa… ma in tutti questi casi la mia dotazione IT mi avrebbe aiutato a superare ogni difficoltà senza fare grossi sacrifici logistici od economici durante la mia vacanza.

Doverosa pubblicità gratuita per un amico: se visitate la zona di Watamu, cercate Alfonso (lo trovate anche telematicamente tramite il faccialibro) ed affidatevi pure a lui per le vostre uscite turistiche sia cittadine che in safari, è una garanzia!

[*] trad.: Buongiorno Sir / come stai? / … / nel nostro Kenya / nessun problema

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Burning Aruba

di luca, apr.29, 2011, cat. IT, web

I Tecnici Di #Aruba stanno cercando di bloccare il reattore, ma si teme la fuoriuscita di pixel [*]

Questa mattina appena alzato scopro che una delle caselline email non può essere raggiunta dal mio MUA… nel torpore del risveglio mi sono per prima cosa chiesto come mai il servizio di monitoring non mi avesse tirato giù dal letto ben prima, ma poi mi rendo conto che non è una delle mie caselle email a non funzionare (mie nel senso che il servizio è erogato dai server della mia azienda, e che quindi lo stesso problema potrebbe aver coinvolto anche i miei clienti) ma è la casella PEC: io come quasi chiunque altro mi limito a rivendere il servizio PEC fornito da Aruba.

Un rapido giro sul web ed apprendo quel che ormai tutti già sanno: dalle 4 circa di questa mattina la server farm principale del più grande hosting provider italiano è totalmente spenta. Pare che un (principio di?) incendio nella sala UPS abbia innescato uno spegnimento automatico di tutto il complesso, e che ora stiano procedendo al ripristino delle condizioni base di sicurezza prima di poter cominciare a riaccendere. C’è chi parla di almeno 24 ore di fermo, chi dice che qualcosa tornerà in funzione prima, chi dice che potrebbe volerci di più… stiamo a vedere…

Titoli come “blogger Italiani nel panico” fanno sorridere, mentre quando leggo di “utenti imbufaliti” non riesco proprio a prenderla in maniera spiritosa: una minima percentuale di questi utenti avrà anche ragione ad imbufalirsi, ma sono pronto a scommettere che la stragrande maggioranza è il classico caso di scelta dell’hoster più famoso e più economico che sia capitato a tiro. Beninteso, non c’è nulla di sbagliato nell’operare così, ma deve essere chiaro che quando si sceglie un servizio low cost ci si priva automaticamente del diritto ad imbufalirsi. Ovviamente l’operatore in questione, Aruba, non offre solo servizi low cost, quindi è importante non fare di tutta l’erba un fascio.

[*]: ignoto da Twitter. cercheremo di risalire alla fonte per dare il giusto credito a chi di dovere, ma per ora affoghiamo tra i milioni di re-tweet della stessa frase ad opera dei soliti geni…

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Installare Android su iPhone 2G

di lino, apr.22, 2010, cat. IT, sistemi operativi

Ecco le istruzioni step-by-step, messe giù nel modo più semplice (e veloce) possibile, per installare android su iPhone 2G.

Prima di procedere:

  • Andate avanti solo se siete pratici di Linux & CLI
  • Assicuratevi di avere una Linux Box disponibile, va bene anche una Ubuntu su VMWare/VirtualBox
  • L’hack funziona solo su iPhone 2G, NON funziona assolutamente su altri iPhone quindi non provateci neanche
  • L’iPhone deve essere jailbreakato
  • L’iPhone potrebbe diventare un fermacarte quindi procedete a vostro rischio e pericolo

Per procedere occorre innanzitutto scaricare il pacchetto preconfezionato con android e i tools da qui: http://www.mediafire.com/?xqjzn12igfn più le immagini android con i driver già precaricati da qua: http://games2.unreal.ie/files/iDroid_images.tar.bz2

Una volta scaricati tutti i file bisogna accedere in sftp sull’iPhone e copiare android.img.gz e system.img dal file iDroid_images.tar.bz2 su /private/var, poi cache.img openiboot.img3 ramdisk.img userdata.img zImage sempre su /private/var dal primo pacchetto (trovate i file all’interno della directory prebuilt/):

Adesso è necessario spegnere l’iPhone  e metterlo in recovery mode preparandosi con il cavo USB e attaccandolo e premendo il tasto Home contemporaneamente.

Una volta che l’iPhone si trova in recovery mode dalla nostra Linux Box lanciamo questo comando dalla directory estratta dal primo file: sudo ./utils/loadibec ./prebuilt/openiboot.img3, apparirà immediatamente una schermata con due scelte, va premuto hold per selezionare la seconda opzione e di nuovo il tasto home per lanciare il boot.

Appena il sistema finisce di bootare bisogna connettersi alla console scrivendo sudo ./utils/oibc sempre dallo stesso punto, aspettare che il testo si sincronizzi e installare openiboot scrivendo install riavviando in seguito scrivendo reboot.

Per far partire android basta accendere l’iphone, scegliere la seconda opzione con il tasto Hold e tenere premuto Home per 5 secondi.

Semplice, no?

Update @23/04/10: Su questo link potete trovare una guida estensiva scritta dall’iPhone DEV team con maggiori informazioni su tutto il procedimento e parti che sulla mia mancano, tuttavia c’è un errore di cui sto discutendo con il team stesso, loro dichiarano che non si può usare una virtual machine mentre invece è fattibilissimo.

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Spotify: abbattere i confini musicali in Italia

di lino, apr.06, 2010, cat. IT, audio, media, web

Se non avete mai sentito parlare di Spotify mettetevi comodi e preparatevi a una delle cose migliori che mamma Internet ci ha dato, un’idea relativamente semplice ma che fino a un po’ di tempo fa (e in Italia anche oggi) risultava irrealizzabile.
Immaginate che il vostro iTunes/Winamp di fiducia invece di attingere dal vostro limitato hard disk e relativa libreria musicale (che se siete malati come me può superare i 200 giga) prenda le sue canzoni da un immenso database (circa 8 milioni di tracce ad oggi) online da una rete peer to peer.

Il primo quesito che un qualsiasi abitante coscenzioso di Internet si fa a questo punto è: “si ma il buffering?” mentre un musico si chiede “e la qualità?”… ed è qua che Spotify fa seriamente la differenza; la qualità è garantita dal codec Ogg Vorbis q5 a 160kb/s per la versione free e a 320kb/s per i subscribers (la subscription costa 9.99£ al mese).
Per quanto riguarda invece il consumo di banda: chiunque possieda una connessione con più di 256kb/s in download non avrà problemi di buffering, le tracce partiranno istantaneamente, anche skippando non c’è latenza, sembra quasi che i file siano in locale (ed in parte è così in quanto il software crea una cache locale limitabile con un’opzione).
L’altra differenza tra versione free e premium di un account è la pubblicità, chiaramente gratis non ci dà nulla nessuno per cui se non paghi la subscription ti sorbisci un po’ di pubblicità visiva (che neanche noti) e ogni tanto in mezzo alle tracce uno spot audio (che a volte da un po’ fastidio sopratutto quando ascolti determinati dischi).
Il prezzo da pagare è comunque basso rispetto a ciò che offre questo gioiello, un software imperdibile per chiunque, non solo per gli appassionati di musica.

Purtroppo c’è comunque la nota dolente, in Italia ancora non è possibile registrarsi e utilizzare il programma “normalmente”, è possibile comunque utilizzare degli escamotage, il primo e più semplice è quello di comprare la versione premium pagando con un account paypal UK (per averlo basta semplicemente registarsi su http://www.paypal.co.uk con un indirizzo UK qualsiasi e la propria carta di credito e si può comprare e usare spotify premium senza problemi).
Nella versione free invece è stato messo un controllo che ogni 14 giorni verifica da che zona del mondo ci si sta connettendo e se questa zona non coincide con quella da cui si suppone l’utente venga il programma smette di funzionare finché l’applicazione non si ricollega dalla nazione dichiarata all’atto di registrazione (francia o inghilterra di solito).

Dato che tutti pochi di voi saranno (giustamente) disposti a pagare, eccovi una miniguida con la quale è possibile utilizzare gratuitamente il software anche dai paesi non ufficialmente coperti.

Se si prova a creare un account andando su spotify.com, il sito ci dice subito che il nostro paese non è abilitato e non possiamo ancora usare spotify.
No problem.

Prima di tutto per creare un account è necessario utilizzare un proxy, per cui apriamo questo indirizzo: http://spotify.rejected.se/?proxy
In basso ci sono le istruzioni da seguire che dicono più o meno questo:

- Inserire  https://www.spotify.com/en/get-started/ nel campo di testo
- Cliccare continua
- Registrarsi con questo zip-code: 69002
- Scaricare il programma
- …
- Profit

E da qua bisogna ignorare il resto delle istruzioni perchè sono vecchie e non funzionano più (il sito dice di aggiornare il profilo con il paese reale di provenienza ma questo non è più possibile per via di alcuni controlli che sono stati aggiunti in seguito ad “abuse” vari).
Ora potete usare Spotify per 14 giorni, ma SOLO 14 giorni perché come dicevo prima, dopo questo lasso di tempo il server controllerà con che IP state usando il programma e se non è un IP del paese da dove avete registrato l’account (in questo caso la Francia) il client smetterà inesorabilmente di funzionare.
Ma anche a questo c’è rimedio, in quanto possiamo far finta di essere francesi con il nostro client Spotify, tutto quello che ci serve non è un proxy come qualcuno starà già pensando (un sacco di proxy sono già stati bannati) ma un nodo di accesso Tor.

Tor, brevemente, è una rete pubblica creata dagli utenti in tutto il mondo per difendere la propria privacy, viene utilizzata da giornalisti, organizzazioni umanitarie, militari e molti altri per poter navigare tranquillamente in ogni sito senza svelare la propria origine “reale”.
Il sistema consiste in una rete di nodi che agiscono da relay, quindi teoricamente è possibile “uscire” con ognuno di questi relay cambiando la propria identità su internet ogni 5 secondi… ciò significa che possiamo dire a spotify che veniamo dalla Francia anche se in realtà non è così.
Operativamente parlando, bisogna andare su http://www.torproject.org, scaricare la versione adatta al proprio sistema operativo del client, studiarsi le istruzioni (è talmente semplice che non c’è bisogno di spiegare nulla) e capire come funziona.

Una volta che si ha tor up and running si presenta ancora un problema: non possiamo scegliere con che ip uscire quindi dobbiamo fare “new identity” finchè non ci viene assegnato un IP francese… la cosa è chiaramente lunga ma c’è una soluzione veloce anche a questo problema:

- Cliccare su “network map”
- Nella lista dei nodi ordinare per bandiera cliccando sul column header
- Scegliere i tre nodi francesi con più tacchette
- Aprire il file torrc, su mac in ~/.vidalia/torrc, su windows da qualche parte nei meandri di “C:\Users\nomeutente\AppData\Roaming\Vidalia” nel caso di Vista/7, “C:\Documents and Settings\nomeutente\Application Data\Tor” nel caso di XP/altro
- Dentro il file vanno aggiunte queste due righe di codice:

ExitNodes nome1, nome2, nome3
StrictExitNodes 1

- Sostituire a nome1, nome2, nome3 i tre nomi di nodi che annotati in precedenza
- Riavviare tor

Ora per utilizzare spotify con Tor non bisogna far altro che entrare nel programma e nei settaggi proxy sulle opzioni mettere nel campo host: localhost, nel campo porta: 8118 e nella selectbox scegliere HTTPS. Per refreshare basta salvare i settaggi e riavviare Spotify, che sarà un po’ lento in partenza (se si ferma basta fare new identity da tor e riprovare).
Una volta loggati con ip francese si può rimettere dalle opzioni la select box del proxy da “HTTPS” a “No Proxy” e riavviare normalmente il programma che ora loggherà velocemente.

ATTENZIONE: bisogna fare questa operazione entro 14 giorni a ripetizione altrimenti il programma non permetterà di loggarsi e per rimettere il proxy sarà necessario editare il file di configurazione; in ogni caso il programma qualche giorno prima della scadenza del termine avvisa con un messaggio in alto evidenziato in giallo.

Nel caso in cui ci si dimentichi di refreshare, basta andare nel file di settaggi (che su mac si trova su ~/Library/Application Support/Spotify/settings, su windows sempre nel marasma di AppData/Application Data) e cambiare “proxy_mode”:1} in “proxy_mode”:2}.
Se per caso non avete mai usato il proxy basta mettere semplicemente questa riga nel file, sostituendo quella che c’è già:

{“autologin_username”:”vostro_username”,”autologin_mode”:1,”listen_port”:12871,”proxy”:”localhost:8118@https”,”proxy_mode”:2}

Questa semplice tecnica dovrebbe coprirvi per tutto il tempo necessario affinchè il nostro bel paese si svegli e vengano dati i permessi alla società Svedese di operare anche qua, ovvero probabilmente mai.

Chiudo con un ringraziamento alla SIAE e ai vari ministeri che ci permettono di dover utilizzare soluzioni alternative a questi problemi, senza di voi queste cose sarebbero eccessivamente semplici e non avremmo modo di divertirci come invece facciamo.

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Ubuntu 9.10 Netbook Remix su Asus Eee PC 701

di luca, mar.17, 2010, cat. sistemi operativi

Sono stato a lungo un felice utente di Easy Peasy, dopo aver scritto l’articolo sulla 1.0 (basata su Intrepid Ibex, Ubuntu 8.10) ho seguito gli aggiornamenti fino all’attuale release 1.5 (basata su Jaunty Jackalope, Ubuntu 9.04) ed ora ho voluto provare la tanto famosa Ubuntu Netbook Remix (Karmic Koala, 9.10).

Ho eseguito un’installazione via rete (con il vantaggio di trovarmi già il sistema aggiornato) su filesystem ext4, senza LVM o altre cose strane. Alla fine, i fatti in breve sono (tra parentesi quadre i dati di Easy Peasy 1.5 per confronto):

  • circa 32 [38] secondi dal boot loader (GRUB) al login grafico
  • meno di 50 secondi [>80 secondi] da netbook completamente spento al desktop (con autologin)
  • meno di 4 secondi da netbook in sleep a desktop
  • l’installazione di default occupa circa 2.2GiB [2.2GiB]

Tutto l’hardware testato funziona immediatamente (SD card reader, webcam, wireless, tutti i tasti funzione: radio shut off, luminosità, standby) ed in generale mi ha dato una buona impressione, a parte per un paio di cose:

  • A prima impressione preferivo il netbook launcher con il pannello delle applicazioni sulla sinistra ed il pannello dei filesystem sulla destra, com’era in Easy Peasy e, credo, nelle Ubuntu Netbook Remix < 9.10. Anche se devo ammettere che quello attuale è più razionale e potrebbe rivelarsi una scelta azzeccata
  • diversi aspetti della GUI non sono adatti all’uso sul piccolo display del 701 (che, ricordo, è un 7″ da 800×480): le icone nel launcher sono troppo grandi, diverse applicazioni anche di base (ad esempio tra le preferenze di sistema) non entrano nel monitor costringendo a spostare la finestra (ALT+trascina)

KarmicKoalaEee701

Alla fine ho rimesso Easy Peasy 1.5 per mancanza di buona volontà nel personalizzarmi Ubuntu 9.10 :)
Userò un po’ EP1.5 fino all’uscita di Ubuntu 10.04, poi si vedrà…

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