The FIT Factor

Tag: web

Burning Aruba

di luca, apr.29, 2011, cat. IT, web

I Tecnici Di #Aruba stanno cercando di bloccare il reattore, ma si teme la fuoriuscita di pixel [*]

Questa mattina appena alzato scopro che una delle caselline email non può essere raggiunta dal mio MUA… nel torpore del risveglio mi sono per prima cosa chiesto come mai il servizio di monitoring non mi avesse tirato giù dal letto ben prima, ma poi mi rendo conto che non è una delle mie caselle email a non funzionare (mie nel senso che il servizio è erogato dai server della mia azienda, e che quindi lo stesso problema potrebbe aver coinvolto anche i miei clienti) ma è la casella PEC: io come quasi chiunque altro mi limito a rivendere il servizio PEC fornito da Aruba.

Un rapido giro sul web ed apprendo quel che ormai tutti già sanno: dalle 4 circa di questa mattina la server farm principale del più grande hosting provider italiano è totalmente spenta. Pare che un (principio di?) incendio nella sala UPS abbia innescato uno spegnimento automatico di tutto il complesso, e che ora stiano procedendo al ripristino delle condizioni base di sicurezza prima di poter cominciare a riaccendere. C’è chi parla di almeno 24 ore di fermo, chi dice che qualcosa tornerà in funzione prima, chi dice che potrebbe volerci di più… stiamo a vedere…

Titoli come “blogger Italiani nel panico” fanno sorridere, mentre quando leggo di “utenti imbufaliti” non riesco proprio a prenderla in maniera spiritosa: una minima percentuale di questi utenti avrà anche ragione ad imbufalirsi, ma sono pronto a scommettere che la stragrande maggioranza è il classico caso di scelta dell’hoster più famoso e più economico che sia capitato a tiro. Beninteso, non c’è nulla di sbagliato nell’operare così, ma deve essere chiaro che quando si sceglie un servizio low cost ci si priva automaticamente del diritto ad imbufalirsi. Ovviamente l’operatore in questione, Aruba, non offre solo servizi low cost, quindi è importante non fare di tutta l’erba un fascio.

[*]: ignoto da Twitter. cercheremo di risalire alla fonte per dare il giusto credito a chi di dovere, ma per ora affoghiamo tra i milioni di re-tweet della stessa frase ad opera dei soliti geni…

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Apple iPad: inizia veramente l’era del tablet?

di luca, gen.27, 2010, cat. IT, media, roadmaps

Poche ore fa Steve Jobs, in occasione dell’Apple Media Event al Yerba Buena Center for the Arts di San Francisco (CA), ha presentato l’ultima novità Apple: il famigerato tablet, di cui si narra da anni, è finalmente arrivato e si chiama iPad.

Apple iPad

Brevemente, è un dispositivo di circa 24×19cm (un po’ più alto e più stretto di un comune foglio A5), dallo spessore di 1.34cm e circa 7 etti di peso, dotato di un display multi-touch di 9.7 pollici con risoluzione 1024×768. Il software è basato su iPhone OS, di cui può eseguire tutte le applicazioni esistenti (oltre 140.000, tra gratuite e non, nel momento in cui scrivo).

Di oggetti sul tema tablet / palmari giganti / libri elettronici / etc… se ne sono visti tanti in passato. Vuoi per un motivo, vuoi per l’altro non hanno mai preso veramente piede: sicuramente anche la tecnologia non era ancora all’altezza. Adesso abbiamo a disposizione processori “mobili” sempre più veloci e parchi nei consumi, memorie allo stato solido di grande capacità, connettività wireless seria, connettività mobile accessibile ovunque a costi (quasi) accettabili, input multi-touch…. ed ecco che spunta l’oggetto che racchiude in sé il meglio di tutto ciò.

Sicuramente ci saranno orde di persone anti-tablet, anti-apple, anti-applicationstore, anti-quellochevoletevoi che avranno un sacco di cose da ridire, ma credo che dobbiamo comunque ammettere che ci troviamo di fronte al primo di una classe di dispositivi che sarà sempre più presente nel futuro.

Io per primo sono sempre stato un anti-tablet, quando “tablet” significava fondamentalmente un notebook con touchscreen e senza tastiera. Il problema, a parte gli ingombri e l’usabilità (durata batterie, input non multitouch, qualità dello schermo, eccetera), era costituito soprattutto dal tipo di software: ciò che eravamo abituati a considerare tablet eseguiva sistemi operativi ed applicazioni prese direttamente dal mondo dei pc, fondamentalmente inutili o profondamente scomode su un oggetto che non avesse una tastiera, un mouse, una connessione di rete, e tutte le altre caratteristiche di un comune Personal Computer.

Il fenomeno dei netbook è diventato di moda negli ultimi due anni principalmente grazie al basso costo ed alla facile portabilità, ma se pensiamo solo ed esclusivamente alla comodità di utilizzo è chiaro che più piccolo significa anche più scomodo. Essendo strumenti più limitati va da sé che il loro target di utilizzo è altrettanto più limitato rispetto ad un comune notebook di grandi dimensioni: vengono usati principalmente per fruire dei servizi internet (web, email, chat) e ben poco per produrre contenuti o documenti che non siano minimali (quali email, post su siti web, etc…). Ecco quindi che grandi capacità di elaborazione, archiviazione, la comodità e rapidità di una tastiera full-size o di un wheel mouse non sono più necessarie e gli elementi che le supportavano diventano solo scomodità da portarsi in giro: per quel genere di utilizzo non occorre portarsi dietro una tastiera, un mouse, chili di batterie necessarie ad alimentare processori e chip grafici potenti, harddisk da centinaia di gigabyte.

Non è quindi una sorpresa anche l’enorme successo che hanno avuto smartphone più o meno evoluti: rispondono all’esigenza delle persone di avere accesso ai propri dati senza dover utilizzare un dispositivo grosso ed ingombrante come un notebook od anche un netbook (che in tasca non ci entra). Essendo molto piccoli, soffrono tuttavia lo stesso problema dei netbook: sono più scomodi rispetto ai dispositivi che vanno a sostituire. La portabilità, in sé, non è una qualità che giova all’usabilità del dispositivo, ma è semplicemente una caratteristica necessaria all’utilizzo del dispositivo in talune situazioni. Potendomi portare in tasca uno smartphone, posso fruire contenuti web, email, documenti, immagini, video ovunque mi trovo – ma è chiaro che ne fruirei meglio con uno schermo più grande e metodi di input più comodi.

Tirando le somme:

  • lo smartphone me lo porto in giro anche volentieri, ma preferirei usare qualcosa di più grande
  • il notebook mi consente un’esperienza più ricca e più comoda, ma è scomodo da portare in giro
  • il netbook non è trasportabile come uno smartphone ma non ha le prestazioni e la comodità di un notebook

quello che vorremmo sarebbe un oggetto che consenta di fare ciò che facciamo con uno smartphone, con la comodità di un netbook ma senza le scomodità ereditate dai notebook.

Via quindi il mouse ed il touchpad in favore di un’interfaccia multi-touch, via la tastiera fisica in favore di una a schermo, via cpu e gpu e centinaia di gigabyte in favore di un software più leggero, semplice, in stile smartphone. Quello che resta è un dispositivo che mostri il contenuto in dimensioni accettabili, che non deve necessariamente entrare in una tasca ma che non richieda una significativa porzione di borsa o zaino.

Se ci pensiamo, per i contenuti testuali questo “dispositivo” esiste da secoli e si chiama libro: è trasportabile il giusto, non occorre miniaturizzarlo oltre, ed è grande il giusto, non occorre un formato da 15 pollici di diagonale visibile. Avanti veloce dal XV secolo al XXI secolo: il libro dell’era digitale si chiama tablet, non si limita a testo statico e locale ma ci consente di utilizzare diversi media (testo, foto, audio, video), dinamici (creabili e modificabili dall’utente) e globalmente accessibili (internet, comunicazione, etc…).

Fino ad oggi si erano visti solo interessanti esercizi di ingegneria, notebook con appiccicato sopra un touchscreen, oppure dispositivi validi in ambiti molto specifici. Apple iPad è il primo di una nuova classe di dispositivi, di cui sicuramente ne vedremo molti e diversi spuntare nei prossimi anni, e che credo prenderà sempre più piede. In particolare una volta che gli utenti supereranno il blocco psicologico del “è qualcosa meno di un pc” e si renderanno conto, finalmente, che non hanno bisogno di un pc “completo” per soddisfare le proprie esigenze di comunicazione digitale.

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Il libro delle facce

di luca, set.22, 2009, cat. web

are we friends or aren’t we, God?
because Facebook Dot Com seems to equivocate on the matter
” [cit.]

lino tempo fa scrisse un bel post (e relativo seguito) sui nuovi trend del web moderno. Ovviamente non poteva mancare di citare il Faccialibro ma il suo discorso era comunque più generico. A questo punto non voglio farmi scappare l’occasione di essere il primo FIT-author a dedicare un pezzo esclusivamente a Facebook!

Non si può negare che sia uno degli eventi internet-social-mediatici dei nostri tempi… ne parlano riviste, passa ogni tanto nei mezzi di [dis]informazione di massa, ne scrive il nostro disinformatico italiofono (mentre curiosamente finora non ne ha mai parlato il Grillo nazionale, probabilmente è una chicca che riserva ai suoi spettacoli dal vivo). Se poi siete utenti di internet o frequentate utenti di internet, in particolare tra gli 8 ed i 98 anni di età, vi sarà sicuramente capitato, in un modo o nell’altro, l’invito a mettere la vostra faccia nel libro.

facedook - be different

Chi mi conosce lo sa, e chi mi legge può probabilmente intuirlo, io appartengo invece a quella strana razza degli anti facebook: non ci sono, non sono connesso, sono diverso. La mia faccia non è nel libro, e ne vado fiero. È una questione di paranoia da privacy? di anticonformismo? di disinteresse? di stile di vita? di principio? Un po’ di tutte, e tanto di nessuna.

Non mi classificherei tra i “paranoici” ma difendo comunque ferocemente la mia privacy, e non mi piace l’idea di accumulare fatti miei negli archivi di qualcuno. Il singolo ‘post’ è insignificamente, quando diventano tanti e di tante persone invece le informazioni nascoste abbondano: Facebook l’anno scorso ha raggiunto i cento milioni di utentiche già di per sé è una cifra ragguardevole, e nel momento in cui scrivo veleggia sopra ai trecIento milioni (fonte Facebook statistics).

La maggior parte di questi utenti non vede l’ora di scrivere i fatti suoi per la gioia dello spiattellamento globale mentre il Libro raccoglie ed archivia (vedi anche la (non-)privacy policy che accetta chi s’iscrive) e ne fa ciò che vuole – non illudetevi di averne il controllo, nemmeno l’illuminatissima Legge Italiana può venirvi in aiuto: “Usando Facebook, acconsenti che i tuoi dati personali siano trasferiti e trattati negli Stati Uniti” (Privacy Policy -> Informazioni Raccolte). In questo, come in innumerevoli altri casi, il rispetto degli accordi tra le due parti (sito ed utente) è in realtà una questione a senso unico: l’utente ripone fiducia nei gestori del sito perché… loro stessi gli han detto di fidarsi. La policy stessa che accettate può essere variata, unilateralmente, da Facebook, ovviamente senza preavviso alcuno e senza bisogno del vostro consenso. Tutti i dati immessi nel sito, siano essi parte del vostro profilo “pubblico”, siano fotografie od altro materiale multimediale, messaggi o qualsiasi altra cosa “riservata”, fino ai feedback e commenti sul sito stesso, etc… insomma qualsiasi cosa, diventa di Facebook – e non per modo di dire, visto che rinunciate ai vostri diritti sulle informazioni e materiali che inserite, i quali diventano proprietà e ©opyright di Facebook ora e per sempre.

Con una tale mole di dati si può fare di tutto, anzi il problema non è più racimolare informazioni (ne hanno già fin troppe), di fatto la questione è solo come riuscire a vedere ciò che ci interessa isolandolo dal rumore di fondo: lì dentro c’è di tutto, c’è il mondo. E non è nemmeno detto che sia solo chi sta dietro al FacciaLibro ad accedere a tali dati… parte di essi sono pubblici a prescindere e visibili a chiunque abbia un account, parte dovrebbero essere riservati ma non sempre lo sono davvero.

L’home page recita gagliarda “Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita“. Ma stiamo scherzando? Un sito internet rivolgendosi a me si permette, nella sua magnanimità, di aiutarmi con le persone della mia vita??? Io sono in contatto con le persone della mia vita, e se non sono più in contatto con qualcuno c’è un motivo!
In Italia il boom di Facebook è stato bene o male durante il 2008, ormai è dilagato, è endemico. Eppure non vedo,
In the Real Life, trarne grandi vantaggi, per lo meno nulla che vada oltre al “ho reincontrato Tizio che non sentivo da anni e l’ho salutato”. Semmai, ho visto scenate, discussioni e litigi originati dal faccialibro: ti ho tolto l’amicizia, no me l’hai tolta tu, ho letto che il giorno X hai scritto Y e io credevo Z, e via dicendo. Gli esempi abbondano e vanno dal ridicolo al patetico ad entrambi insieme.

Non nego il vantaggio pratico che può portare come strumento di comunicazione: è dimostrato come le notizie viaggino molto più velocemente tra le persone che usano il Faccialibro – in pratica un enorme catalizzatore di pettegolezzi :)
Purtroppo non è, materialmente, possibile godere di questa comodità di comunicazione senza finire, prima o poi ed in un modo o nell’altro, di incappare nei millemila lati (IMHO) negativi del sito.

D’altra parte non ci vuole un genio per notare lo stridente contraddittorio di Facebook: tutti lo usano per pubblicare informazioni, per renderle comodamente visibili e rintracciabili, per farsi trovare, etc., eppure la stragrande maggioranza di questo materiale “pubblico” è precluso a chi non sia iscritto al sito ed abbia accettato la sua ridicola policy.

Grazie tante, non fa per me. Chi vuole essere in contatto con me sa come farlo, tutti gli altri stanno bene dove stanno.

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What war is this?

di luca, mar.05, 2009, cat. web

Ho iniziato a leggere con interesse l’articolo War is (not) over di Carlo Piana, membro MiLUG nonché avvocato di FSF ed FSF Europe, ma sinceramente una volta giunto alla fine mi è rimasta un po’ la classica sensazione di “so what?

Provo a spiegarmi. Si parla delle vicissitudini tra Microsoft Corp. e Commissione Europea, e Carlo fa riferimento a due articoli di Mitchell Baker e Georg Greve, che vi consiglio caldamente di leggere.

Un sacco di cose belle e giuste sono state scritte, ma come da mie salmonesche abitudini non posso che prendere spunto dalla questione per andare controcorrente e pensare in altre direzioni.

War is not over, la guerra non è finita. Ma di che guerra parliamo? Conosciamo il nemico, Microsoft. Conosciamo il campo di battaglia, il mondo dei browser. Ma per cosa si sta lottando veramente?

Si parla di abuso di posizione dominante. La posizione dominante, beh, c’è e ce la teniamo: IE è preinstallato sul 100% dei sistemi Windows venduti, e Windows è preinstallato sulla stragrande maggioranza dei computer venduti. Tornerò su questo tra poco.

Abuso. L’abuso (o mancanza di) è già una questione più delicata.

  • Microsoft Windows è l’unica piattaforma ad avere, attualmente, una versione nativa di tutti e 5 i principali browser in circolazione (Chrome, Firefox, Internet Explorer, Opera, Safari).
  • Qualsiasi sia il vostro hardware e software, vi ritroverete sempre un browser preinstallato, ed avrete sempre almeno una alternativa FLOSS a distanza di un click. Non mi risultano barriere all’adozione di un browser alternativo.
  • Si sa che IE non è né il browser più veloce, né il più avanzato od estendibile, né quello con l’interfaccia più pulita e semplice, e sappiamo anche che non è quello più aderente agli standard. Ma è innegabile che il trend sia in positivo anziché in negativo, ci sono test oggettivi che lo misurano.

Si possono dire molte cose sul passato e sulla situazione attuale, ma non mi sento di dire che si stiano approfittando volontariamente della posizione in modi scorretti. Sicuramente, visto il passato, potrebbero darsi da fare un po’ di più per recuperare più velocemente, ma questo è un altro discorso.

Uno dei maggiori problemi che si sentono in giro sono i famosi siti “che funzionano bene solo in Internet Explorer”. Sono convinto che questo trend sia decisamente in calo per una serie di motivi, ed infatti i siti e le web application non compatibili con Firefox (ad esempio) sono ormai pochissimi. Il problema si è semmai spostato dagli utenti ai web developer, che sono costretti a lavorare di più per supportare sia i browser “normali” sia IE. Perché dal punto di vista delle tecnologie web ormai è IE ad essere indietro ed inseguire gli altri, già da tempo, mentre il proliferare dei dispositivi mobile ha fortunatamente messo un freno a layout pesanti, fuori standard, ed alla nauseante onnipresenza di contenuti Flash.

Questa situazione è figlia principalmente dell’ubiquità del browser Microsoft, il che a sua volta è dovuto al fatto che è il browser preinstallato nel sistema operativo preinstallato sulla maggior parte dei pc venduti. Siamo sicuri che il problema stia ancora nel browser? Si, quel coso che troviamo gratis sul pc e di cui abbiamo diverse alternative altrettanto gratuite, con diversi livelli di softwareliberismo (virtuosismo linguistico)? Non è che il vero problema del mondo web è in realtà dovuto alla politica “OEM” che, qui si che è il caso di dirlo, impone al mercato il perseverare della posizione dominante?

Io non sono sicuramente competente in materia legalese ma se mi si chiedesse “come ci stanno fregando?” risponderei prontamente che il problema sta nelle installazioni cosiddete “OEM”, o meglio alla politica economica che c’è dietro. Ma non mi dilungherò oltre su questo punto per non divagare dall’argomento di partenza: i browser.

Una volta sceglievi un browser in base a cosa ti consentiva di fare: uno visualizzava correttamente tutti i siti, l’altro era l’unica scelta disponibile sul tuo sistema operativo, l’altro ancora era l’unico a girare sul tuo hardware datato, e via dicendo. Oggi, mi pare, il browser si sceglie in base a come fa le cose che fa: più velocemente, o con un’interfaccia più semplice, o con maggiore estensibilità, etc…

Che finalmente il browser sia diventato una commodity affermata e più o meno standard? Di sicuro finalmente l’utente ha diverse scelte e tutte funzionanti! Ora manca solo che l’industria del web in generale rispetti un po’ di più il lavoro che, nel bene o nel male, il W3 Consortium cerca di fare al suo meglio. Sembra che la strada sia effettivamente questa e magari, tra una o due “major release” dei principali browser, potremo effettivamente scrivere contenuti ed applicazioni web che si possano fruire identicamente su tutte le piattaforme software. Senza ottimizzarle per N casi specifici, intendo ;)

Si, ci sono alcuni casi particolari in cui non c’è ancora questa ubiquità. Vedi ad esempio Silverlight o il già citato Flash. Ma qui le scelte sono di chi sviluppa il web, non il browser – tant’è vero che sono componenti tecnicamente separati dal browser stesso.

Concludendo:

  • il caso MS / Commissione Europea è molto importante per una questione di principi ed è giusto che venga portato avanti
  • tanto di cappello alla FSF / FSFE e tutti gli altri che si mettono d’impegno in queste cose (basta ricordare il caso Samba)
  • su un piano più squisitamente pratico, non mi pare che sussistano ancora segnali di comportamenti evil, finalmente anche IE sta puntando verso un più corretto rispetto degli standard web
  • Flash, con il suo concorrente Silverlight, era e rimane una tecnologia più abusata che usata. Non va buttata via, ma non va confusa con il web propriamente detto
  • se producete qualcosa per il web, resistete alla tentazione di ottimizzarlo per software difettosi, seguite in modo preciso e puntuale gli standard
  • se siete normali utenti del web, sappiate che avete diverse alternative per usarlo! Provate i vari browser e scegliete da voi quello che preferite; non limitatevi a quel che trovate preinstallato
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The next Trend: Web 3.0 (seconda parte)

di lino, gen.23, 2009, cat. roadmaps

Se non lo avete già fatto, per capire a fondo il contenuto di questo articolo sarebbe bene leggere la prima parte che trovate qua, o anche no.
Abbiamo parlato di social networks, web 2.0, scarsa qualità (overall) dei contenuti sparsi in giro, scarsa qualità a livello estetico e di significato. 

Abbiamo parlato di youtube, di come siano indietro di qualche anno per quanto riguarda l’encoding video ma nonostante ciò siano sulla cresta dell’onda (giustamente, per l’idea e la capacità di averla diffusa)

Ma andiamo avanti un po’ e cerchiamo di capire (o perlomeno ci proviamo) cosa succederà nei prossimi mesi a livello di rivoluzione su internet.
Ho riflettuto molto ultimamente sull’argomento, sopratutto per questioni di lavoro e la risposta è sempre la stessa, dall’inizio: se lo sapessi probabilmente a quest’ora sarei ricco.
E’ impossibile prevedere quale sarà il prossimo trend, ci sono troppi fattori che influiscono e il più importante è assolutamente random ed imprevedibile: “cosa piacerà e sarà utile (o inutile, tipo facebook) alla gente?”.

Si può perdere tempo cercando di analizzare la situazione attuale che prevede lo sharing di qualsiasi cosa, QUALSISASI, googlare per credere, basta prendere la cosa da cercare in inglese e aggiungerci “social network”.
Che ne so, googlate questi:

  • cooking social network
  • carp fishing social network (ma dimmi te)
  • wine social network
  • beer social network
  • qualsiasibevanda social network
  • qualsiasicibo social network
  • usedpanties social network (grazie nolon per la segnalazione)

 

Cen’è seriamente uno per tutto, è impossibile crearne uno nuovo, credetemi.
C’è chi dice che il futuro sarà il video, ed è in parte vero, c’è chi proprio in questo momento parla di fruizione di contenuti da qualsiasi parte in qualsiasi momento.
Sinceramente non ho più neanche idea di che cosa scrivere, come diceva qualcuno sit back and watch, è certo che a chi viene la prossima idea fenomenale toccherà fare presenza  a uno di quei programmi stile MTV dove si spiega come si è diventati Re Mida 2.0 grazie alle fobie o alle perversioni della gente.
Oppure succederà l’impossibile e si passerà alla qualità e ai contenuti controllati, alle webTV serie dove tutti contenti guadagneranno, dove i publisher monetizzeranno i loro contenuti senza rischi, gli sviluppatori di RIA pascoleranno in campi di soldi fatti per fargli generare applicazioni sempre più avant-garde e performanti e gli utenti, finalmente liberi dalla marea di inutilità che invade la rete forse si troveranno maggiormente disposti a sborsare qualche dollaro per la qualità.

Ma quest’anno no, che c’e’ la crisi. 
/grin
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